Modulo 0 — Overview
⏱ Tempo di lettura: ~10 minuti 🎯 Obiettivo: capire cos’è OpenShift Virtualization, perché dovrebbe interessare a un admin vSphere, e come si posiziona rispetto al mondo a cui sei abituato.
Il contesto
Negli ultimi anni — soprattutto dopo l’acquisizione di VMware da parte di Broadcom e i conseguenti cambi di licensing — molte aziende stanno valutando alternative al loro stack vSphere. Red Hat OpenShift Virtualization è una delle alternative più discusse, perché permette di far girare VM tradizionali fianco a fianco con container sulla stessa piattaforma, senza dover scegliere fra “ambiente legacy VM” e “ambiente moderno container”.
Per un admin VMware il salto concettuale però è reale: cambia il vocabolario, cambia l’unità di gestione, cambia il modello operativo. Questa guida serve proprio a costruire un ponte fra i due mondi.
Cos’è OpenShift Virtualization
OpenShift Virtualization è una funzionalità integrata di Red Hat OpenShift (non un prodotto separato a parte) che consente di eseguire macchine virtuali come carichi di lavoro nativi sul cluster Kubernetes/OpenShift. Tecnicamente è basata sul progetto upstream KubeVirt, che a sua volta usa KVM/QEMU sotto il cofano: lo stesso hypervisor che da anni è alla base di RHEL e che gira praticamente su ogni cloud pubblico.
Il punto chiave: in OpenShift Virtualization una VM è una risorsa
Kubernetes. Si descrive in YAML, si gestisce con oc, si schedula sui nodi
con le stesse logiche dei pod, accede allo storage tramite PV/PVC, alla rete
tramite il CNI del cluster. Non c’è un “vCenter” separato: il piano di
controllo è OpenShift stesso.
Cos’è (e cosa non è)
| È… | Non è… |
|---|---|
| Una piattaforma per VM e container insieme | Un clone 1:1 di vSphere |
| Una soluzione Kubernetes-native | Un hypervisor “tradizionale” come ESXi |
| Multi-cluster e multi-cloud (on-prem, AWS, Azure, GCP, bare metal) | Solo on-prem |
| Open source (KubeVirt) con supporto enterprise Red Hat | Un progetto chiuso |
| Compatibile con virtio, ma anche con e1000e per legacy guest | Solo per VM Linux |
Perché un admin VMware dovrebbe interessarsene
Ci sono almeno cinque motivi pratici:
-
Licensing. Il modello di sottoscrizione di OpenShift è prevedibile (per core, per socket o per VM a seconda dell’edizione) e non subisce gli stessi shock di pricing che hanno colpito molti clienti vSphere.
-
Convergenza VM + container. Se la tua organizzazione ha già OpenShift per applicazioni cloud-native, aggiungere la virtualizzazione sullo stesso cluster significa un solo piano di controllo, un solo team, un solo SLA.
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Hybrid cloud. OpenShift gira identico on-prem e sui principali hyperscaler: una VM definita on-prem può essere spostata su ROSA o ARO con poche modifiche, cosa che con vSphere richiede VMC/AVS o porting.
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GitOps e Infrastructure-as-Code nativi. Le VM diventano oggetti YAML versionabili. Niente più “esporta OVF, importa OVF, riconfigura a mano”: tutto declarative, tutto in Git.
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Ecosistema partner. I principali vendor di backup, storage e networking che già conosci dal mondo VMware (Veeam, Trilio, Pure Storage, NetApp, F5, Cisco, NVIDIA…) hanno integrazione certificata con OpenShift Virtualization.
Cosa non ti aspettare
Per essere onesti, è giusto chiarire anche dove il confronto è meno favorevole o richiede un cambio di paradigma:
- Non c’è un equivalente diretto di Storage DRS (SDRS). Il rebalancing automatico dello storage fra datastore non esiste con la stessa logica: il modello PV/PVC con CSI è diverso e si appoggia alla logica del backend.
- Il “DRS” è diverso. Esiste un descheduler, ma non è acceso di default e non funziona con la stessa granularità del DRS di vSphere. Il rebalancing si gestisce in modo più dichiarativo (affinity/anti-affinity, taints, tolerations).
- L’interfaccia non è vCenter. La OpenShift web console è ottima ma ha una filosofia “Kubernetes prima, VM poi”. Per chi vuole una vista 100% VM-centric esiste anche una console amministrativa dedicata in alcune edizioni.
- HA delle VM richiede configurazione esplicita. Il rilevamento dei guasti del nodo e il rescheduling delle VM funzionano, ma vanno configurati con i fencing agent e il Node Health Check Operator. Non è “on by default” come l’HA di vSphere.
Le 4 aree che esploreremo
Il learning path Red Hat (e questa guida) si struttura intorno a quattro pilastri tecnici, più alcune sezioni trasversali:
┌────────────────────────────────────┐ │ OpenShift Virtualization │ ├────────────────┬───────────────────┤ │ STORAGE │ NETWORKING │ │ PV / PVC │ OVN-K, Multus │ │ StorageClass │ NMState │ ├────────────────┼───────────────────┤ │ COMPUTE │ OBSERVABILITY │ │ Live Migr. │ Prometheus │ │ Descheduler │ Loki / Vector │ │ HA, hot-plug │ Alertmanager │ └────────────────┴───────────────────┘ ▲ ▲ │ │ COMPONENTI VM OPERAZIONI (virtio, QEMU GA) QUOTIDIANEPer ognuna di queste aree partiremo dal concetto vSphere che già conosci e arriveremo all’equivalente (o quasi) in OpenShift, segnalando dove c’è corrispondenza diretta e dove invece il modello cambia.
Come è strutturato ogni modulo
Ogni modulo successivo segue lo stesso schema:
- Punto di partenza VMware — come fai questa cosa oggi in vSphere
- Mapping concettuale — la tabella di equivalenze
- Mapping di menu della console — dove cliccare nella OpenShift web console
- Esempi pratici — comandi
oc/virtctlo frammenti YAML - Differenze importanti — dove il modello non è 1:1 e va capito a parte
- Approfondimenti — link alla documentazione ufficiale Red Hat
Cosa ti serve avere a portata di mano
Per seguire la guida da letta non serve nulla. Per provare gli esempi ti serve:
- accesso a un cluster OpenShift 4.16+ (in alternativa: OpenShift Local, una VM/laptop con almeno 16 GB RAM);
- l’operator OpenShift Virtualization installato dal catalogo OperatorHub;
- la CLI
oc(corrisponde grosso modo a unakubectlarricchita); - la CLI
virtctlper le operazioni VM-specifiche (start, stop, console, migrate).
Tutti i dettagli sull’installazione li trovi nel modulo 6 e nel file comandi base.
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